“IN CANTIERE NON SI INVECCHIA” LA SICUREZZA NELL’ EDILIZIA PER I LAVORATORI ANZIANI


SERGIO VIANELLO - EDITORIALE GIUGNO 2019 FONDAZIONE ORDINE DEGLI INGEGNERI DELLA PROVINCIA DI MILANO

L’invecchiamento della forza lavoro è un tema tanto attuale come sottovalutato o, piuttosto, trascurato. Eppure i dati non lasciano dubbi. A partire da quelli demografici che mostrano come l’Italia sia una nazione sempre più “vecchia”: le persone con 65 anni e più costituiscono quasi il 22% della popolazione, mentre quelle fra 0 e 14 anni solo il 14%, con un’età media che si attesta intorno ai 45 anni. Inoltre, la speranza di vita di quasi 84 anni per la donna e di 80 anni per l’uomo fa dell’Italia il secondo Paese al mondo con più anziani, dietro al Giappone (ISTAT 2015). A questo vanno aggiunti elementi quali bassi tassi di natalità e di fecondità.
Tuttavia, tralasciando le pesanti conseguenze sociali del crescente "debito demografico" nei confronti delle generazioni future in termini di sostenibilità (sistema previdenziale e assistenziale) , il progressio invecchiamento della popolazione si riflette su ogni aspetto della vita sociale del Paese, occupazione compresa.
Quando si immaginano le criticità derivanti dall’invecchiamento della popolazione, generalmente si prende in considerazione la progressiva contrazione delle persone in età attiva (fra i 15 e i 64 anni) e il conseguente forte rischio di tenuta dell’intero sistema previdenziale; secondo stime si passerebbe, infatti, dall’attuale 64% al 54,7% del 2065.
Molto meno spesso, invece, si considera che già oggi, una sempre maggiore quota di popolazione anziana è in grado di incidere sulle attività produttive. Accade che la cosiddetta “struttura della forza lavoro” sia sempre meno simmetrica: a una quota di persone tra i 20-54 anni più ridotta in numero, corrisponde una, tra i 55-59 anni, via via più nutrita. Quali che siano le cause (invecchiamento, bassa natalità, stagnazione o crisi occupazionali, innalzamento età pensionabile) è evidente come gli ultra cinquantacinquenni non sono più solo lavoratori in uscita, ma parti integranti della forza lavoro(1).
In cifre: dal 2005 al 2015 il tasso di occupazione delle persone fra i 55 e i 64 anni è complessivamente cresciuto dal 31,4% al 48,2%. 
Un problema quello dell’invecchiamento della forza lavoro che si riflette sulla produttività, sull’organizzazione aziendale e che ha forti implicazioni anche sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori. Il gap generazionale tra lavoratori giovani e anziani incide, inoltre, su vari aspetti della vita lavorativa: concentrazione, riflessi, vigoria, attitudine all’apprendimento. Se ciò vale per occupazioni dove è sollecitata più la mente che la forza fisica, è facile immaginare che vi saranno conseguenze più profonde quando è invece la seconda ad essere maggiormente stimolata.
Oggi si cerca di intervenire, specialmente in azienda, con soluzioni che possono facilitare lo svolgere delle attività ai lavoratori anziani: postazioni ergonomiche, attrezzatura di supporto, interfaccia di device più chiare, etc. Un’attenzione crescente al tema che, tuttavia, non è né generalizzata né trasversale, riguardando soprattutto il comparto industriale e, purtroppo, molto meno altri settori.
Fra questi vi è quello delle costruzioni, certamente tra i più pericolosi per l’incolumità del lavoratore.
L’edilizia, infatti, già di per sé si caratterizza come un ambito con un’elevata presenza di malattie professionali e con il più alto indice infortunistico. Spesso di casi mortali. Una tendenza che, pur decrescendo, non ha smesso di essere rilevante: si è passati dai 109 decessi del 2013 agli 80 del 2017 (dati INAIL 2018). Basti pensare al rischio derivante dal lavoro in quota. Le cadute dall’alto rappresentano, infatti, un terzo degli infortuni nell’edilizia; nello specifico da tetti o coperture, da scale o ponteggi, da parti in quota di un edificio (balconi, terrazzi etc.) e da macchine da sollevamento.
Per lavorare su ponteggi o tetti è richiesta non solo esperienza e prudenza, ma anche una condizione fisico-psichica ottimale; il che significa avere un corpo allenato, agile, forte, libero da dolori o da limitazioni dovute al naturale passare degli anni o a patologie sopravvenute nel tempo.
Un comportamento che dovrebbe riguardare innanzitutto il buonsenso e la logica e che, tuttavia, non viene quasi mai messo in pratica o rispettato. Ogni giorno, in cantieri di diverse dimensioni, lavoratori anziani mettono a repentaglio la propria incolumità continuando a svolgere mansioni che dovrebbero essere ad appannaggio solo di individui più giovani.
Qual è la ragione del perdurare di questo continuo stato di rischio? Non esistono leggi o norme che tutelino queste categorie di lavoratori, magari agevolandone il pensionamento?
Tra le undici categorie professionali di lavoratori dipendenti definite dalla normativa, c’è quella dell’edilizia e della manutenzione degli edifici. Infatti, a seguito del D.lgs. 4/2019, le categorie di lavoratori con attività gravose hanno facoltà di chiedere l’APE sociale (“se hanno raggiunto il sessantatreesimo anno di età unitamente ad almeno 30 o 36 anni di contributi”), oppure la possibilità di ritirarsi con la pensione anticipata al raggiungimento di 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica a condizione, però, di vantare almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del diciannovesimo anno di età. Vi sono tuttavia due importanti discriminanti.
La prima è che l’accesso ai benefici sopra elencati resta ancorato a un vincolo di bilancio annualmente stabilito; ovvero: se vi sono le risorse finanziarie è possibile, altrimenti vi è il posticipo della data di decorrenza del beneficio.
La seconda è che l’accesso a queste forme di prepensionamento resta valido solo per i lavoratori dipendenti. Per gli autonomi e gli artigiani, invece, non è previsto nulla di simile. E questa limitazione, in un certo senso, aggrava il problema considerando che nei cantieri lavorano in percentuale preponderante proprio gli autonomi.
Idraulici, muratori, manovali, elettricisti, serramentisti, gessisti e altri: sono molti i professionisti non inquadrati come dipendenti che si alternano in un cantiere durante le diverse fasi della costruzione. Un esercito di persone spesso privo di tutele, senza obbligo di formazione e sorveglianza sanitaria, carente di informazione e addestramento e che lavora in subappalto o talvolta senza un regolare contratto. Lavoratori – proprietari di ditte individuali o detentori di partite IVA – che non dispongono di paracadute sociali e supporti nel caso di malattia temporanea o inidoneità a certe mansioni derivante da una delle numerose e probabili malattie professionali che possono colpire con l’avanzare dell’età. Individui “costretti” a lavorare anche in caso di difficoltà e non perfetta forma fisica, con tutte le conseguenze negative che ciò può comportare.
Non solo, in una tale situazione va aggiunto un ulteriore elemento di criticità. Nessun lavoratore “edile” può in nessun caso usufruire delle agevolazioni pensionistiche previste dal D.lgs 67/2011 per quei lavori definiti “usuranti”, non rientrando – in maniera sorprendente – in nessuna delle tipologie previste dalla legge.
Quindi, quale soluzione per rendere più tutelato chi lavora nell’edilizia? Mutare completamente la situazione in tempi brevi è utopistico. Tuttavia, si possono mettere in pratica alcuni correttivi in grado di migliorare la condizione di chi vive di edilizia.
Il primo è, per l’appunto, far rientrare il lavoratore fra coloro che svolgono occupazioni “usuranti”.
Il secondo potrebbe riguardare l’obbligatorietà della formazione, specie in materia di sicurezza e sorveglianza sanitaria.
Il terzo, potrebbe riferirsi a una professionalizzazione obbligatoria di coloro che in un cantiere operano. Cosa che oggi purtroppo non avviene: chiunque, senza la minima preparazione o conoscenza tecnica può aprire una ditta edile e proporsi sul mercato. Ed è forse su questo ultimo versante che l’ingegnere – quale figura che ha profonda cultura tecnica – può intervenire, facendosi promotore di una rinnovata visione del lavoro in cui alla base vi sta il sapere e, di conseguenza, lo svolgimento delle attività in tutta sicurezza.

(1) Si veda: L’invecchiamento della forza lavoro: criticità e soluzioni per le aziende, a cura di F. Sperotti in Bollettino Adapt, Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni industriali, 2011 http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/11423sperotti_lr_21_0.pdf

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