L’INVECCHIAMENTO NEL MONDO DEL LAVORO-RISCHIO DI GENERE

Diverse sono le definizioni per definire ciò che è inevitabile, “l’invecchiamento”, quella di seguito è molto tecnica anche se in quanto tale generalizzata.   

“Processo biologico progressivo caratterizzato da cambiamenti che comportano per l’organismo una diminuzione progressiva e continua della capacità di adattamento all’ambiente, riduzione delle riserve funzionali d’organo e d’apparato e conseguentemente riduzione della capacità di sopravvivere ed una crescente probabilità di morire o un'aumentata fragilità”. (G. Ricci, 2013, in Schena F.)

Occorre premettere che il fenomeno dell’invecchiamento è sicuramente influenzato dalle caratteristiche fisiologiche del lavoratore, ma non si può però trascurare gli altri parametri essenziali per renderlo intelligibile:

    • la tipologia di attività svolta (alcune particolarmente usuranti, si pensi ad esempio ai lavoratori del comparto edile)
      • gli anni di attività (in alcuni casi il percorso lavorativo inizia molto prima di quella  contributiva -  lavoro minorile e/o in nero).
    • il genere (non c’è dubbio che la differenza di genere, con il passare degli anni almeno per alcune attività, possa  causare maggiori stress fisici lavorativi alle donne rispetto a quello degli uomini).

Negli anni ’70 sino alla riforma Dini e Amato, l’attività lavorativa di lavoratori “anziani” con età sopra i 60 anni, era limitata a meno del 20%.

Le successive riforme avevano innalzato l’età della pensione di vecchiaia a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne; le pensioni di anzianità invece prevedevano un minimo di 37 anni di contributi dal 1995.

La riforma Fornero, innalzando l’età per la pensione di vecchiaia a 67 anni e quella di anzianità a 42, ha provocato un nuovo aumento dell’effettiva età a cui i lavoratori si ritirano dal lavoro.

A seguito delle riforme pensionistiche negli ultimi è aumentato considerevolmente il numero di lavoratori tra i 55 e i 60 anni ancora in attività.

Le modifiche funzionali per organo o funzione nell’invecchiamento fisiologico in età lavorativa di seguito evidenziate, sono ben indicate  un rapporto esplicitato da Donatella Talini, Tiziana Vai, Carlo Nava nel libro “ Aging E-book, il Libro d'argento su invecchiamento e lavoro”.

    • capacità visiva: difficoltà di accomodazione (nella messa a fuoco per fissare oggetti vicini) per rigidità del cristallino e/o indebolimento dei muscoli ciliari, che si compensa con lenti; riduzione di campo visivo (fino a 20-30°) e di acuità visiva; riduzione di percezione della distanza degli oggetti e della distinzione tra colori scuri molto simili; maggior sensibilità all’abbagliamento per cataratta iniziale o per minor velocità degli adattamenti della pupilla alla luce, particolarmente evidente in caso di scarsa illuminazione, di abbagliamento o di caratteri od oggetti molto piccoli;
    • capacità uditiva: problemi di presbiacusia con difficoltà alla percezione delle frequenze più alte (valutare anche l’eventuale pregressa esposizione a rumore in ambito lavorativo), e difficoltà alla percezione delle comunicazioni verbali in ambiente rumoroso;
    • equilibrio: alterazioni a livello degli input sensoriali (sindromi vertiginose, deficit vestibolari);
    • massima forza muscolare: dai 20 ai 60 anni si perde dal 15% al 50% di forza muscolare, con conseguente ridotta tolleranza allo sforzo intenso acuto, maggiore affaticabilità, maggiore vulnerabilità per sovraccarico biomeccanico cumulativo (ricordiamo che la definizione di sforzo sulla scala di Borg è individuale);
    • articolazioni: la funzionalità si riduce lentamente e può rendere difficile il lavorare in posture estreme; oltre i 45 anni si ha un progressivo incremento dell’osteoartrosi, eventuali effetti del sovraccarico biomeccanico cumulativo (coxartrosi, gonartrosi, rizoartrosi…). Minor resilienza al sovraccarico cumulativo muscolo tendineo;
    • apparati cardiovascolare e respiratorio: dai 30 ai 65 anni la funzionalità respiratoria può ridursi del 40%, con difficoltà in lavori pesanti prolungati e/o in condizioni climatiche o microclimatiche severe; riduzione di portata cardiaca e di capacità massimale durante lo sforzo;
    • disturbi del sonno: oltre i 50 anni esiste una riduzione quantitativa e qualitativa del sonno con alterazione dei ritmi-circadiani e regolazione del ritmo sonno-veglia. Vi è inoltre una maggiore difficoltà alla tolleranza dei turni notturni”;
    • termoregolazione: “maggiori difficoltà nel mantenere la temperatura interna del nostro organismo in caso di variazione significativa della temperatura e degli altri parametri climatici o microclimatici esterni;
      • funzioni cognitive: aumento dei tempi di reazione e riduzione della memoria a breve termine e dell’attenzione; minore tolleranza alla confusione; necessità di più tempo per pensare e imparare compiti; maggiore difficoltà ad imparare nuovi compiti, soprattutto se complessi; minor tolleranza ad adattarsi al cambiamento e possibile maggiore predisposizione allo stress lavoro correlato (gli studi su questo aspetto danno risultati controversi). Alcuni studi hanno dimostrato che le differenze nella resistenza allo stress sono maggiori tra individui che tra classi di età; a volte gli anziani (in buona salute) percepiscono meno stress dei giovani ma hanno maggiori difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti e maggiori preoccupazioni per la perdita del lavoro”;
    • malattie: “aumenta l’incidenza e prevalenza di malattie cronico-degenerative (diabete, cardiopatie, tumori), spesso con coesistenza di due o più malattie.

Ma che influenza hanno su questi fattori i parametri aggiuntivi esposti in premessa relativi ai lavori usuranti, agli anni di attività e al genere?

LAVORI USURANTI

Premesso che a seconda delle caratteristiche fisiologiche del soggetto, il lavoro può essere comunque più o meno usurante, vediamo quali possono essere le attività che possono essere annoverate tar queste.

Per il  D.Lgs. 67/2011 e la legge 214/2011 i lavori cosiddetti usuranti sono i seguenti:

      • lavori svolti in gallerie, cave o miniere; i lavori svolti ad alte temperature; i lavori in cassoni ad aria compressa; i lavori nella catena di montaggio; i lavori svolti dai palombari; i lavori in spazi ristretti; le attività di asportazione dell’amianto; le attività di lavorazione del vetro cavo.
      •  lavoratori a turni che prestano la loro attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo.
      • lavoratori impegnati all’interno di un processo produttivo in serie, i lavoratori che svolgano attività con ripetizione costante dello stesso ciclo lavorativo, i lavoratori addetti al controllo computerizzato della produzione e al controllo qualità.
      • conducenti di veicoli, di capienza complessiva non inferiore a 9 posti, adibiti a servizio pubblico.

Ai fini dell'accesso all'Ape sociale  e all'anticipo pensionistico, per i lavoratori “precoci” la legge di stabilità 2017 (L. n. 232 2016) e successivamente legge di stabilità 2018 n° 205/17, ha istituito nuove categorie di lavori  particolarmente pesanti o gravosi:

    • addetti alla concia di pelli e pellicce;
    • addetti ai servizi di pulizia;
    • addetti spostamento merci e/o facchini;
    • conducenti di camion o mezzi pesanti in genere;
    • conducenti treni e personale viaggiante in genere;
    • guidatori di gru o macchinari per la perforazione nelle costruzioni;
    • infermieri o ostetriche che operano su turni;
    • maestre/i di asilo nido e scuola dell'infanzia;
    • operai edili o manutentori di edifici;
    • operatori ecologici e tutti coloro che si occupano di separare o raccogliere rifiuti;
    • addetti all’assistenza di  persone non autosufficienti;
    • lavoratori marittimi;
    • pescatori;
    • operai agricoli;
    • operai  siderurgici.

https://cdn.fiscoetasse.com/upload/allegato-decreto2018.pdf

Per tutte queste categorie, viene concesso il pensionamento anticipato in funzione al tempo di svolgimento dell’attività senza però fare distinzione al genere, come se queste attività siano a loro precluse

Il problema del rapporto tra il lavoro e il genere femminile a riguardo l’invecchiamento deve tenere conto del fatto che le donne guadagnano mediamente il 23% di salario in meno rispetto alla stessa posizione occupata da un uomo e mediamente svolgono 2.5 ore al giorno non retribuito in faccende domestiche e nell’accudimento di casa e figli.

Inoltre, spesso si trovano a dover badare anche a genitori anziani essendosi alzata l’aspettativa di vita.

Tutto ciò influisce sicuramente a livello di stress psicologico e può dunque interessare trasversalmente qualsiasi mansione essa possa svolgere durante le ore lavorative.

Uno studio a cura di Silvana Salerno, ricercatrice Enea ha evidenziato che dal 2004 al 2008 c’è stata in  Italia una perdita di 10 anni di vita sana nelle femmine.

Alcuni autori si sono dilettati nel riassumere in tabelle gli studi condotti in merito, soprattutto in relazione allo sviluppo di malattie professionali in funzione del genere e il risultato ha evidenziato parecchi scostamenti percentuali tra un genere e l’altro oltre che evidenziato la differenza di tempo impiegato da una donna rispetto ad un uomo per compiere la stessa mansione.

In tali casi i minuti al giorno dedicati da una donna erano doppi rispetto ad uomo, in altri dimezzati. In funzione di questa esposizione all’ attività le malattie correlate possono variare.

Per affrontare i problemi  afferenti luogo di lavoro e relativo invecchiamento occorre uno sguardo attento ad un’etica di responsabilità collettiva in un ottica di diritto alla salute e nuove politiche attive nel segno della flessibilità per la donna.

  Dott. Ing Sergio Vianello - Commissione sicurezza Ordine Ingegneri di Milano -Commissione lavoro ODCEC di Milano

Dott. Ing Stefania Chiesa - Commissione sicurezza Ordine Ingegneri di Milano

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